Da Londra a Roma, è guerra alle banche avare di credito
In tutta l’Eurozona ricomincia a crescere la fiducia nelle prospettive future dell’economia, e in Italia più che altrove. Almeno a giudicare dall’Economic sentiment indicator della Commissione europea che a luglio è aumentato di 1,2 punti nell’area dell’euro e di 2,9 punti in Italia. Tuttavia, tra le attese degli operatori economici e l’effettiva ripresa dei prossimi mesi, rimane un profondo fossato da riempire, soprattutto con quel credito bancario che al momento scarseggia. Senza contare che, messa una sordina temporanea alle richieste di Bruxelles sul risanamento fiscale dei governi, ora siamo tornati nel pieno di una nuova offensiva nei confronti degli istituti di credito europei.
8 AGO 20

In tutta l’Eurozona ricomincia a crescere la fiducia nelle prospettive future dell’economia, e in Italia più che altrove. Almeno a giudicare dall’Economic sentiment indicator della Commissione europea che a luglio è aumentato di 1,2 punti nell’area dell’euro e di 2,9 punti in Italia. Tuttavia, tra le attese degli operatori economici e l’effettiva ripresa dei prossimi mesi, rimane un profondo fossato da riempire, soprattutto con quel credito bancario che al momento scarseggia. Senza contare che, messa una sordina temporanea alle richieste di Bruxelles sul risanamento fiscale dei governi, ora siamo tornati nel pieno di una nuova offensiva nei confronti degli istituti di credito europei. Agli stessi – in situazioni pur diverse da paese a paese – si chiede contemporaneamente di rafforzarsi nel capitale, ammodernarsi nell’organizzazione, e lasciarsi andare nell’elargizione di credito. Più facile a dirsi che a farsi.
Ieri sono state le notizie in arrivo da Barclays ad allarmare di più gli analisti. La banca inglese, per la quale da giorni si parlava di un aumento di capitale in arrivo, secondo il Financial Times avrebbe però un “buco” di 12,8 miliardi di sterline in bilancio (a fronte di un aumento di capitale previsto di 5,8 miliardi). La cifra monstre è quella che occorre per soddisfare i nuovi criteri prudenziali di patrimonializzazione pretesi dalle autorità del Regno Unito. La bestia nera dei banchieri di Londra è infatti la Prudential regulation authority della Bank of England, contro la quale in questi giorni si sono scagliati anche importanti esponenti del governo Cameron. Vince Cable, ministro del Commercio e dell’Industria, ha approfittato dell’arrivo del nuovo governatore centrale, il canadese Mark Carney, per esporre le sue critiche alla gestione precedente, quella di Mervyn King, accusato di essere un “talebano del capitale”, colpevole di frenare la ripresa con l’imposizione di requisiti di capitale troppo onerosi. Ieri la tedesca Deutsche Bank, la più grande banca d’investimento europea, ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto quasi dimezzato a 335 milioni di euro (rispetto ai 666 milioni nel secondo trimestre 2012), e soprattutto ha annunciato che entro la fine del prossimo anno accantonerà 250 miliardi di asset – “quasi quanto il pil della Danimarca”, notava Reuters – per rispettare parametri più stringenti sulla solidità dell’istituto.
In Italia la situazione del settore è differente sotto molti aspetti, ma le nostre banche sono anch’esse strette da una parte da regolatori sempre più allarmati ed esigenti, dall’altra da quanti imputano alle stesse banche di non rischiare a sufficienza per finanziare le imprese, allontanando in questo modo la ripresa. “Il problema delle banche inglesi è soprattutto il rischio operativo, tra possibili abusi di mercato e scandali come quello del Libor, rischi ingranditi dal fatto che le stesse operano su scala globale – dice al Foglio Carlo Milani, economista del Centro Europa ricerche (Cer) di Roma – Senza contare che alla vigilia della crisi gli istituti anglosassoni erano più sottocapitalizzati di altri, con il rapporto tra capitale e totale attivo al 2,9 per cento”. Oggi la situazione è migliorata un po’, quello stesso rapporto è al 5 per cento: “I centri finanziari nevralgici come Regno Unito e Svizzera, più scottati dalla crisi, hanno spinto con più decisione sulla ristrutturazione delle banche, per non parlare degli Stati Uniti che già nel 2009 hanno ripulito i bilanci con i soldi pubblici del Tarp”. In Italia, invece, alla base del credit crunch in corso, c’è sì una questione di “capitale carente” delle banche, ma che si somma al “problema di sofferenze gigantesche”: le esposizioni verso controparti in stato di insolvenza, cioè crediti concessi a imprese e persone che certamente non potranno restituirli nella loro interezza, sono arrivate a quota 136 miliardi. Mentre i “crediti deteriorati” nel loro complesso (quindi anche incagli e crediti scaduti) sono passati dal 4,5 per cento sugli impieghi bancari di fine 2007 al 12,3 per cento del giugno 2012. Ecco una delle ragioni principali per cui le banche non si prendono rischi.
Sulle stesse banche, ultimamente, sono piovute critiche sempre più esplicite da Banca d’Italia e Fondo monetario internazionale per il ruolo troppo invasivo giocato dalle Fondazioni azioniste. Essendo una ricapitalizzazione necessaria, se le fondazioni allentassero la presa – ha detto a inizio luglio il governatore Ignazio Visco – “ne risulterebbe favorito l’ingresso di nuovi investitori nelle banche”. La Banca d’Italia, inoltre, ha preso di petto anche il problema delle sofferenze. Due giorni fa, infatti, sono stati resi noti – a poche ore da alcune indiscrezioni del Wall Street Journal – i risultati di un’analisi dei prestiti deteriorati condotta da Palazzo Koch su 20 banche nazionali cui fa capo il 40 per cento del totale dei crediti deteriorati del sistema. Milani, economista del Cer, osserva che l’obiettivo di fondo della Banca centrale è quello di rendere più sostanziosi e sicuri gli “accantonamenti” di capitale per i prestiti a rischio: “Eravamo ormai al paradosso per cui le banche, durante la crisi, per ogni 100 euro di sofferenza accantonavano meno di 40 euro di capitale, invece dei 50 euro pre-crisi, nel tentativo di non penalizzare i propri bilanci. Dopo l’indagine della Banca d’Italia, gli accantonamenti nelle banche analizzate sono aumentati di 3,4 miliardi di euro rispetto ai 7,4 miliardi già previsti. Un aumento di quasi il 50 per cento, non poco”. Secondo Milani, è plausibile che dietro quest’ulteriore stretta di Palazzo Koch ci sia anche l’ex governatore Mario Draghi, diventato presidente della Banca centrale europea nel novembre 2011: “Dal prossimo anno la vigilanza dei grandi gruppi sarà affare della Bce. Saranno stati avviati contatti preparatori e la Banca d’Italia sarà stata convinta a riordinare la casa prima di cederla”. Per Mario Seminerio, analista finanziario e curatore di Phastidio.net, la sequenza “accantonamenti-peggioramento dei bilanci-meno credito-necessaria ricapitalizzazione” è però un cane che si morde la coda: “Prima si stabilizza il paese, poi si può pensare a una imponente ripulitura delle banche, con eventuale ridisegno delle regole del gioco a livello proprietario”. Senza escludere strade finora considerate troppo perigliose, come la creazione di una bad bank o l’ingresso massiccio di capitali esteri nei nostri istituti.